In Vespa quasi come nel 1952

Pubblicato il 17.03.2018
Eccomi qua, di ritorno da un’avventura, in quasi solitaria con la mia Vespa.

Sono contento della mia impresa e la scrivo per condividerla con voi, un po’ perchè mi sento in debito di Km macinati per via dei miei impegni, i ragazzi del nostro Club percorrono in un mese quello che io percorro in un anno, un po’ per cercare di rendervi partecipi delle mie emozioni, alla fine sono uno che si accontenta di poco: accendere una Vespa e viaggiare. Non vorrei essere lungo e noioso ma so che non ci riuscirò, mi piace essere preciso, quindi cercherò di riempire di dettagli il mio racconto, se poi non vi piace potete sempre smettere di leggerlo. Scusatemi anche per le imprecisioni e il lessico non sempre scorrevole e ricercato, ma alla fine io parlo così!

Tutto iniziò nel 2007 quando decisi di passare con la mia famiglia un po’ di giorni distante dal solito "tran-tran" in uno dei più bei luoghi che conosca: il Comelico.

Lì ho passato la mia infanzia e ci vorrebbe troppo tempo per raccontare le risonanze che questo luogo evoca in me, quell’anno decisi di arrivarci con il mio GS, una Vespa del 1962, mia moglie e i miei due pargoli mi avrebbero raggiunto in auto. Quando potevo, da Santo Stefano di Cadore, partivo per qualche giretto: Val Visdende, Sappada, Monte Croce, Auronzo, ma anche semplicemente per andare a fare la spesa o prendere un gelato. La Vespa aveva qualche problemino di carburazione e su consiglio di un mio vecchio amico la portai al concessionario Piaggio di Sappada: Piller moto, dove il titolare mi risolse tutti i problemi, un personaggio stravagante con un disordine in officina che andava al di la di ogni immaginazione, ma nel suo caos sapeva dove era tutto quello che serviva e aveva un bagaglio tecnico da fare invidia. L’anno successivo (il 2008) replicai e furono momenti magici quando mi raggiunsero anche gli amici del Gruppo Mod Feltre, una associazione di appassionati di Vespe e Lambrette di cui (fra l'altro) ero il presidente, avevo lì tutto quello che avessi potuto desiderare e anche di più. Quest’anno volevo tornarci, per trascorrere quattro-cinque giorni, ma questa volta cambiando mezzo, con il mio Farobasso del 1952, un po’ perchè con questo tipo di Vespa diventava un’impresa, un po’ per accontentare i vari "fans" che ormai mi ero creato nel girare con una Vespa: alcuni amici d’infanzia amanti dei mezzi storici, alcuni vicini di casa che avevano voluto conoscere la storia di quella Vespa degli anni sessanta e che volevano vedere anche l’altra che possedevo di dieci anni piu’ vecchia, il gestore della “Lataria” uno pseudo bar-emporio di fronte a casa mia ormai stregato dai racconti di viaggi/raduni/incontri/restauri, il panettiere dove andavo a rifornirmi che quando arrivavo usciva ad ammirare la Vespa e ogni volta ne approfittava per accendersi una sigaretta e cercare nuovi dettagli da ammirare, ma in generale per tutti, per quelli a cui regalavo un’emozione nel rivedere un mezzo che magari avevano sognato, un mezzo che magari era quello usato da un loro famigliare, un mezzo che non sapevano fosse esistito, un mezzo che rifaceva venire in mente un mondo che girava più lento, un mezzo in cui la velocità massima era 100 Km/h, un mezzo in un mondo in cui si aveva più tempo, un mezzo in un mondo in cui c’era meno ma si aveva di più.

Così decido di risistemare il motore del V32 T del 1952, andava malissimo, sgorgava olio da quasi ogni giuntura, così lo porto a Romeo, il tecnico suggeritomi da Stefano, titolare dell’Emporio dello Scooter un negozio di ricambi per qualsiasi Vespa in cui non sei semplicemente un acquirente ma soprattutto un amico.

Avevo già avuto modo di vedere le preparazioni dei suoi motori, la cura, l’amore, la passione che ci mette nel ripristinarli e metterli a puntino. Romeo in breve tempo mi prepara il motore, io avevo solo l’esigenza di avere una Vespa affidabile, una Vespa che non va velocissima ma che ti riporta a casa, e così viene sostituito il pistone e rettificato il cilindro, cambiata la biella, l’albero motore, il meccanismo del cambio, la frizione, tutti i paraoli, le guarnizioni e i tamburi dei freni.

Appena vedo il motore "nuovo" rimango stupefatto, sembra appena uscito da Pontedera, (dove sorgono gli stabilimenti Piaggio) non rimane che rimontarlo, in poco tempo torna nella scocca che aveva lasciato pochi giorni prima.

Acceso non era il massimo, infatti Romeo vuole che il motore sia installato sulla Vespa per carburare e regolarlo ricalcolando anche il giusto anticipo, non in un banco di officina, quindi riporto il farobasso da lui e in pochi istanti tara tutto quanto: canta come un orologio svizzero. Lo provo per le vie del feltrino e dopo aver percorso con molta cautela un centinaio di Km senza nessun tipo di problema tutto sembra pronto per raggiungere Santo Stefano.

Nel frattempo avevo letto l’ultimo libro scritto da Giorgio Bettinelli: La Cina in Vespa. Bellissimo, 6150 Km fatte su strade al 30% brutte e al 10% bruttissime, percorse da un uomo che nel maggio del 1992 a bordo di una Vespa degli anni '60 avuta in regalo, girò per Bali poi Giava e Sumatra, con una Vespa PX da Roma a Saigon (24000 Km), dall’Alaska alla terra del fuoco (36000 Km), da Melbourne a Citta’ del capo (52000 Km), dalla Terra del Fuoco alla Tasmania via terra (144000 Km) per un totale di 256000 Km, 134 nazioni alcune delle quali attraversate più volte, 6 volte la circonferenza della Terra, 2 volte tutti i continenti con la sola esclusione dell’Antartide. Un libro che ho divorato con frasi tipo: "Quando io so dico so, quando io non so dico non so; ecco ciò che si chiama sapere." "Chi domina la sua collera domina il suo peggior nemico." "Non correggere un errore commesso è commettere un altro errore." Bettinelli era tragicamente scomparso nell’autunno del 2008, ma i suoi scritti rimanevano e trasmettevano sempre la voglia di viaggiare con una Vespa. Cosa c'entra Bettinelli con il mio racconto? Beh, leggendolo, immaginavo come sarebbe stato per me trovarmi da solo con una Vespa in quei luoghi dove non esiste nemmeno una strada, lui ci era stato, quindi se lui ce l’aveva fatta, anch’io potevo rischiare qualcosa.

Ma veniamo al viaggio.

Tutto e’ pronto per la partenza, non ho impegni per i giorni che avevo stabilito di passare in Cadore, mia moglie Linda ha preparato tutti i bagagli che ho già caricato sull’auto. Lei mi accompagnerà lungo il percorso partendo dopo di me, preparo la Vespa con il serbatoio pieno di Shell V Power per l’occasione leggermente piu’ ricca di olio per non rischiare una grippata. Perfetto anche il tempo, parto in una luminosissima e calda mattina, il viaggio procede bene, sono ancora in rodaggio e seguo le indicazioni di Franco Curto meccanico Piaggio del mio paese che mi suggeriva: tieni sempre la marcia piu’ alta che puoi a tre quarti di acceleratore al massimo. Via, Cesio, scendo a Santa Giustina, imbocco la Statale e arrivo a Belluno. All’altezza dell’ospedale mentre in terza superavo una rotatoria, la Vespa fa una cosa strana tipo una sfrizionata. Mi fermo subito per controllare nemmeno io so cosa, poi riaccendo, la Vespa parte, prima, seconda, e la terza non entra. Rallento per rifermarmi e scalo marcia ma non entra nemmeno la prima, qualsiasi posizione metta la manetta delle marce rimane sempre la seconda, la frizione funziona... Non so! Mi rifermo e noto che il selettore delle marce (esterno e non coperto sul Farobasso) è in una posizione nemmeno prevista dalla Piaggio, però la seconda è sempre inserita, a mano riesco a mettere qualsiasi marcia sul selettore ma praticamente la Vespa rimane in seconda. Decido di non proseguire, in seconda posso tornare a casa, sperando che non succedano altre cose. Le partenze sono drastiche, la frizione lavora bene per fortuna e riesco sempre a partire, il viaggio tutto in seconda è pazzesco, credo di aver viaggiato ad una media di 30 Km/h: un incubo. Rientrando incrocio Linda che nel frattempo e’ partita e le racconto cosa succede, vuole aspettarmi ma le suggerisco di proseguire, deve arrivare per mezzogiorno a Santo Stefano per preparare il pranzo ai bimbi, io sicuramente non ce la farò ad arrivare per quell’ora. Arrivato a casa parcheggio subito il Farobasso, non ho tempo di provare a capire cosa sia successo e francamente non ne ho voglia, ormai ero troppo convinto di questo viaggio ed ero dispiaciuto.

In garage ho una Vespa PE 200 che decido di non adoperare, troppo facile, troppo comodo, troppo giovane, la Vespa VNB1 del ’59 è in fase di restauro, quindi prendo ancora il GS che avevo anche trascurato da molti mesi, troppo bello viaggiare con il PE 200, troppo preso a mettere a punto il Farobasso. Il serbatoio è mezzo pieno, ma sono in ritardo, farò rifornimento per strada. Tolgo dal bauletto laterale del Farobasso l’olio per fare miscela, il misurino, il kit attrezzi, cambio le candele di riserva a passo lungo con quelle a passo corto, infilo tutto in uno zainetto (perche’ il GS non ha un capiente bauletto come il Farobasso) e parto.

Il GS è sporco e impolverato ma in breve tempo e sempre a manetta mi porta di nuovo a Belluno, ripasso quei punti dove prima avevo avuto problemi con un po’ di timore ma arrivo a Ponte Alpi dove imbocco la statale Alemagna che percorrero’ fino al Cadore, vado in riserva a Tai di Cadore e poco piu’ avanti (a Calalzo) mi fermo ad un Repsol con prezzi carissimi e faccio 5€ di benzina, metto l’olio necessario (un po’ in sovrabbondanza per non rischiare, anche se ormai non aveva piu’ senso) e poi arrivo a Santo Stefano. 

Quel giorno non volevo più pensare alle Vespe ma non ci sono riuscito.

Sono un po' incazzato anche se non so di preciso con chi, quindi la sera torno dal GS quasi per scusarmi del mio comportamento, ero nervoso e per scusarmi le prometto una bella lucidata. L’indomani mi reco a un fornitissimo Market e acquisto tutto il necessario per pulire, asciugare, sgrassare, lucidare un veicolo, e passo un bel pomeriggio a lustrare i bulloni e la carrozzeria del mio mezzo preferito che riprende la sua forma smagliante. Lo accendo e naturalmente parte al primo colpo, vado a farmi un giretto. Vedo e ritrovo i miei amici e "fans" della Vespa, poi la prima sorpresa. Gemo (Guglielmo, un mio carissimo amico di avventure) mi chiama agitato dicendomi che mentre stava andando a manetta lungo la Sinistra Piave a 130-135 Km/h segnati dall’auto di Manuela (sua morosa) che lo seguiva ha improvvisamente grippato facendo fare al pneumatico posteriore del suo PE 200 ben 150m di segno nero sull’asfalto. Per fortuna è riuscito a mantenere l’equilibrio e a non cadere. É nero e ora sta partendo per recarsi a Padola. Praticamente pochi Km da dove sono io, inevitabile incontrarsi. Mi chiama quando è a Cima Gogna e dopo aver acceso il GS mi reco verso di lui per scortarlo fino a casa mia, ci incontriamo e lo invito a pranzo ma Gemo è troppo signore per far cucinare Linda il giorno di ferragosto e quindi ci invita a pranzare in un ristorante, solo che è già passato mezzogiorno e il giorno di ferragosto in una città turistica è difficile trovare un ristorante senza aver prenotato almeno un mese prima! Chiedo un consiglio a mio zio che ci indica un ristorante in Val Frison una decina di km più a nord dove forse un buco lo trovano, senza prendere due auto decidiamo di andare: Io e Guglielmo in Vespa (provvidenzialmente avevo portato un secondo casco che però è quello che normalmente usa Linda e non è certo della misura di Gemo ma non importa), le donne e i bimbi ci seguiranno in auto. Arriviamo al ristorante in un posto magnifico, TUTTO ESAURITO. Io e Guglielmo però notiamo all’entrata del ristorante, sul praticello vicino al parcheggio un vecchio carro usato per trasportare il fieno, con delle assi di legno sopra e chiediamo al gestore se possiamo usarlo come tavolo, le sedie in qualche maniera saltano fuori, una diversa dall’altra, basta apparecchiare. Non abbiamo nemmeno fretta, diciamo che ci basta pranzare, il gestore ci spiega che bisognerà aspettare almeno un’ora ma intanto arrivano gli "spritzzoni". Così parlando delle solite cose e ridendo di gusto suscitando anche invidia agli altri che all’interno del locale, al caldo, composti e incravattati ci osservano mentre noi stravaccati all’aria all’ombra di un ombrellone che avevamo fregato al bar adiacente ce la ridiamo, vestiti casual e io con dei bei segni di olio bruciato su una manica lasciati dalla marmitta del Farobasso sul mio giubbotto ufficiale da Vespista impolverato e con le mosche spiaccicate degli ultimi viaggi. L’ora passa così velocemente che ci sembra quasi troppo presto quando ci portano da mangiare, naturalmente spesso arriva anche il gestore che divertito si ferma a chiacchierare con noi avendo capito che non badiamo tanto al galateo, e che tutto sommato siamo senza tante pretese probabilmente al contrario degli altri suoi clienti. I mie due figli fra un boccone e l’altro corrono felici attorno al carretto-tavolo e riescono anche a finire tutto senza rendersene conto, nell’aria un buon odore di abete appena tagliato e in sottofondo lo scrosciare di un vicino torrente.

Il GS parcheggiato a pochi metri da noi suscita il solito interesse e le ormai solite frasi: “Questa era la Vespa“, “aah questa era il mio sogno da bambino“, “Guarda come le facevano bene“, “Ce l’aveva anche un mio amico“ , “Ne avevo una anch’io“, “Che mona che son sta a venderla quela olta” (trad. Che stupido sono stato a venderla a quel tempo). Poi i soliti "scienziati" che sanno tutto con le solite frasi: “Questa era 200 di cilindrata“, “Questa era quella fatta negli anni settanta“, “Mio papà l’aveva uguale ma era 125 perchè esisteva anche di quella cilindrata“, “Ma non è vecchia, l’anno rifatta uguale“, “É una Lambretta“, “No, non è una Lambretta, ma è stata copiata da una Lambretta“.

Piano piano arriva sera e ci accorgiamo di aver passato una bellissima giornata, pensiamo spesso al Gruppo Mod Feltre, a quante cose belle abbiamo fatto assieme, a quante si possono ancora fare, decidiamo di tornare a Santo Stefano, dopo aver passato ancora qualche ora assieme arriva il momento di salutarci, Guglielmo e Manuela salgono in auto e vanno verso Padola a passare il week-end. Nei giorni seguenti scorrazzo per il Comelico con il GS e decido di tornare a salutare Piller Moto a Sappada, entro in officina e il titolare mi saluta dicendomi che è stato troppo bravo quella volta che mi ha carburato la moto se per tre anni sono riuscito a tornare a salutarlo senza nemmeno un problemino. A lui racconto cosa mi è capitato con il Farobasso e subito mi da la diagnosi: mi spiega che c’è una spinetta conica di 3mm che probabilmente si è rotta o si è sfilata, me ne regala due (che trova nella sua officina, una per sostituire quella rotta o persa e l’altra per sostituire quest’ultima rovinata nei tentativi di capire come andava messa) e mi dice qual’è il trucco per inserirla e come bloccarla, mi augura che sia quello il problema, una supidaggine, se non fosse la spinetta sarebbe in problema più grave e bisognerebbe aprire il motore. Lusingato dalle sue parole e con un ritrovato sorriso sulle labbra lo saluto e rientro a Santo Stefano passando per la Val Visdende dove sono ancora evidenti i segni delle decine di metri di neve caduti d’inverno. Per strada attiro l’attenzione di un passante di una certa età che passeggiava da solo a bordo strada che al mio passaggio a gran voce esclama a nessuno: “Guarda il GS“, mi guarda negli occhi come per dirmi: “fermati” e io mi fermo. Con il sorriso si avvicina, scruta il GS nei minimi dettagli rimaniamo là sospesi nel vuoto e nessuno dice niente poi mi saluta ringraziandomi e con gli occhi un po’ lucidi se ne va.

Wow Il tempo passa velocemente, ormai i miei giorni di ferie sono finiti anche se mi sembra di essere appena arrivato, devo rientrare per andare a lavoro, mia moglie invece si ferma ancora con i bimbi. Preparo il GS per il viaggio di ritorno e parto, penso agli impegni che ho e cerco di programmarmi una scaletta per riuscire ad essere libero per il week-end così potrò tornare in Cadore dalla mia famiglia. Mentre viaggio penso anche al Farobasso, a come sistemarlo. Arrivo a casa senza problemi ed è buio, non ho tempo e voglia di controllare se si è sfilata la spinetta, ho anche un po’ paura di trovarla intatta che significherebbe dover aprire il motore, ci pensero’ domani, potrei rovinare l’incantesimo di quei giorni. Dò comunque un ultimo sguardo al GS che ancora una volta mi ha riportato a casa e le strizzo l’occhio.

Il giorno successivo fra una pausa lavorativa e l’altra chiamo anche Romeo che mi aveva messo a punto il motore e anche lui mi da la stessa diagnosi di Piller moto. Romeo comunque non ha colpe, il pezzo me l’ha sostituito con uno nuovo in cui la spinetta è già inserita e si presume bene. Non voglio polemizzare, tanto non risolverei niente. Ho cinque minuti liberi e trovo il coraggio di controllare, con gioia noto che la spinetta si è sfilata, in pochi minuti inserisco quella nuova, e penso al sorrisetto beffardo di Piller moto e anche se si trova ad oltre 120 km di distanza dico ad alta voce “hai visto, ce l’ho fatta al primo tentativo”, dove sporge sulla parte più stretta la “ribatto“ come suggeritomi in maniera che non possa più sfilarsi, accendo il Farobasso e provo a fare un giretto di prova per vedere se effettivamente è l’unico danno presente. La vespa va a meraviglia e la spinetta che mi avanza la metto nel kit attrezzi. Nel frattempo preparo il PE 200 con il serbatoio pieno, dovrei finire di lavorare nel tardo pomeriggio di sabato, quindi è l’unico mezzo per raggiungere velocemente il Comelico viaggiando con il buio, le previsioni indicano anche brutto tempo, per un attimo mi balena l’idea di installare perfino il parabrezza, ma preferisco optare per la tuta antipioggia nel caso, il parabrezza era installato sulla Vespa quando l’ho comperata ed effettivamente con la pioggia eviterebbe un sacco di noie, pero’ mi sembra poco avventuroso. Lavoro fino a tardi tutte le sere, finisco le mie commissioni prima del previsto e il sabato mattina sono praticamente pronto per ripartire, dato che ho molto tempo e che le previsioni sono totalmente sbagliate perchè la giornata è priva di nuvole e splende un sole caldissimo decido di ri-partire con il Farobasso. Non ho nemmeno finito di pensarlo che già mi trovo ad innaffiare di benzina il serbatoio e anche una tanichetta con un litro supplementare che non si sa mai. La sera prima, dopo aver realizzato di poter partire, mi dedico anche ad aggiungere al mio giubbotto ufficiale il logo del gruppo mod Feltre, il motto “Ghe ol darghe” (che in italiano significa Bisogna dare) e anche le quattro miniature delle mie Vespe.

Tutto è pronto per riprovarci e così parto. La solita strada che avevo fatto sì e no, un milione di volte, ma con una Vespa del 1952 è ancora diversa, la bassa velocità mi permette di concentrarmi su particolari che non notavo più quando passavo in auto o in moto, non mi interessa nemmeno partecipare a quella folle gara che quasi tutti gli altri fanno per arrivare in tempi record alla meta. Anzi, penso che assurdità sia mettere a repentino la propria vita e quella degli altri compiendo azzardati sorpassi per arrivare magari mezz’ora prima, come se quella mezz’ora fosse la parte piu’ importante della vacanza. Comunque decido di fermarmi ogni venti Km per controllare se la spinetta rimane inserita nel punto giusto, così prima di Belluno mi fermo e tutto sembra a posto, pure a Ponte nelle Alpi e a Ospitale di Cadore, poi decido che ormai la spinetta è collaudata e non occorre controllarla più. Lungo tutto il tratto del ponte Cadore vado a tutto gas dicendo a Franco Curto che si trova almeno a 80 km: “ma si dai, 'na tiratina bisogna farla che non si immuli“ e riesco a mantenere la terza quasi piena, arrivato nella galleria comincio a pensare che probabilmente potrei andare in riserva e compio un gesto che ho imparato a non fare più: ho sempre avuto una specie di paura della galleria, fermarmi in galleria non mi sarebbe piaciuto, quindi sebbene non fossi in riserva giro la levetta della benzina proprio in quella posizione, perchè in vespa non c’è l’indicatore del carburante, quando si entra in riserva il motore si spegne non arrivando piu’ benzina, ma se si è abbastanza veloci nel girare la levetta del carburante nella posizione riserva il motore piano piano riprende a funzionare, se fossi entrato in galleria con la levetta già in posizione riserva non avrei rischiato di far spegnere il motore e magari fermarmi in galleria a riaccenderlo. Passata la galleria riporto la levetta della benzina nella sua normale posizione e compio lo stesso gesto in tutte le gallerie che passo, anche l’ultima, lunghissima che mi porta in Comelico, poco dopo averla percorsa arrivo a Santo Stefano dove scorgo Linda che mi saluta, ci sono volute quasi due ore, ma non me ne sono accorto, il Farobasso si è comportato benissimo e appena lo posiziono sul cavalletto lo guardo soddisfatto e decido di non spegnerlo ma di ripartire per fare un giro del paese. Purtroppo posso fermarmi solo fino al giorno dopo e poi ripartire, quanti giri vorrei fare, mi sarebbe piaciuto tornare anche a Sappada per mostrare il mezzo a Piller moto, e ridargli indietro la seconda spinetta dicendogli: “non mi è servita” e fare una bella risata, andare a bere una birretta assieme, ma la domenica è chiuso e quindi non lo troverei. A Santo Stefano ci ero arrivato senza nemmeno entrare in riserva, il serbatoio è quasi vuoto e decido di svuotarci dentro il litro supplementare che mi portavo appresso, verso le tre del pomeriggio dopo aver trascorso con la mia famiglia tutta la mattinata parto per tornare verso Feltre, sono convinto che il viaggio di ritorno sia più semplice ma non è così. A Santo Stefano il distributore di benzina è chiuso, funziona solo il self service, ma non posso usufruire del servizio perchè con cinque euro (il minimo che si può inserire) farei traboccare il serbatoio, decido quindi di percorrere un po’ di strada e fare un rifornimento più avanti. A Calalzo scorgo un distributore sempre self service ma è dall’altra parte della strada e c’è molto traffico in ambo le direzioni, mi rifornirò al prossimo. Peccato che con la creazione della moderna Superstrada tutti i distributori di benzina presenti nei vari paesetti siano stati chiusi non essendo più raggiungibili direttamente. Quindi da Calalzo scoprirò poi che il primo distributore disponibile si trova dopo Longarone, 29 Km esatti. Mentre viaggio tranquillo, superato Tai di Cadore ed imboccato la Statale Alemagna decido di proseguire a motore spento, le raffiche di vento sono fortissime e in direzione contraria, ma piacevoli, fresche e profumate di erba al contrario del caldo che proviene dall’asfalto con quella sua puzza, la Vespa fa fatica ad andare avanti anche se la strada è tutta in discesa, anche il ponte Cadore lo percorro a motore spento, imbocco la prima galleria e riaccendo la Vespa altrimenti i fanali non funzionano e poi preferisco superarla in fretta, giro la levetta del serbatoio in riserva per quel solito vizio e quando esco dalla galleria riportandola in posizione normale mi accorgo di essere entrato in riserva, contento di non aver corso rischi realizzo subito dopo che ora diventa necessario trovare un distributore. Meglio fare una inversione ad "U" e tornare a Tai centro o proseguire? Decido di proseguire, dovrei farcela, imbocco la seconda galleria leggermente in salita e poi arrivo all’altezza di Ospitale di Cadore dove la Vespa comincia a salire di giri, segno che sto finendo la benzina. Ho ancora una galleria e altri 10 km da percorrere per arrivare al distributore, vado pianissimo per cercare di consumare il minimo possibile ma la Vespa si ferma. Sono senza benzina, e dove mi trovo non c’è niente, solo uno svincolo che porta in paese dove non c’è un distributore: se spingo la Vespa dovrei girare verso Davestra per percorrere la vecchia strada, eviterei di spingerla per tutta la terza ed ultima galleria, passare Castellavazzo (tutto in salita) e spingerla giù per Longarone (più o meno tutto in discesa). Momento di panico, poi passa una volante dell’ANAS e si ferma. Stanno controllando il traffico, la giornata era segnalata con il bollino nero ma per il momento tutto e’ tranquillo, sono coadiuvati dalla polizia stradale e collaborano anche con la protezione civile, presidiano tutti i punti nevralgici, poi hanno due auto (una delle quali è quella che si è appena fermata nello svincolo vicino a me) che continuano ad andare avanti e indietro per tutto il tratto Tai di Cadore - Longarone - entrata autostrada, per mantenere i collegamenti. Timidamente vado verso la pattuglia ANAS leggermente imbarazzato e chiedo loro se esiste ancora il distributore in centro ad Ospitale anche se conoscevo già la risposta. Mi chiedono quanta strada riesco ancora a fare e mi spiegano che basta arrivare a Longarone. Dopo aver confessato loro che ho esaurito il carburante, mi guardano sorridenti e mi dicono che aspetteranno l’altra auto che mi porterà fino al distributore. Mi sembra impossibile! Mi fermo senza benzina, passa un minuto, arriva un’auto, mi risolvono i problemi. Per fortuna portavo con me la tanichetta (vuota) del litro supplementare, la prendo, arriva la seconda auto, mi fanno salire e sanno già tutto perchè erano stati avvisati per radio, mi portano fino a Longarone al distributore. Il problema è fare un litro di benzina con il self service, per fortuna chiedo ad un motociclista che stava facendo il pieno se può riempirmi la tanica. “No problem” mi dice e me la riempie, do al motociclista 2 Euro per il litro più qualcosa per il disturbo e lo saluto, risalgo in auto e l’ANAS mi riporta al Farobasso, metto la benzina nel serbatoio, aggiungo l’olio, saluto tutti con strette di mano, chiedo se posso lasciare un paio di birre pagate da qualche parte ma con molta proffessionalità mi dicono che quello è semplicemente il loro lavoro. Rimango di sasso, l’ANAS è una cosa che funziona. Riparto piano piano, ripercorro la strada e ritorno al distributore dove ero stato 20 minuti prima, adesso devo fare il pieno e ho 20 Euro! Aspetto che si fermi qualcuno e nemmeno mezzo minuto dopo arriva un’auto, il guidatore scopro essere un membro del Vespa Club di Mestre e possiede un’ ET3 e un PX, naturalmente mi fa fare il pieno, lo pago e come al solito lascio qualche euro in più per la birretta ma non ne vuole sapere, però vuole fotografare il farobasso con il cellulare. Riparto, arrivo a Ponte nelle alpi e decido di non proseguire verso Belluno, quel posto non mi piace e la sfortuna avuta fino a quel momento mi bastava. Quindi tiro diritto e vado verso la sinistra Piave. Visome, Limana, Trichiana, Mel, Lentiai e Busche. Tutto liscio e pochissime auto. Mentre a Busche entro nella rotatoria scorgo poco più avanti una Vespa VBB1 T familiare che proviene dall’opposta direzione: Gemo. Siamo entrambi in rotatoria ma dai segni che ci facciamo in non so quale linguaggio riusciamo a intenderci e praticamente andiamo al Bulldog Pub poco più avanti. Ci salutiamo amichevolmente davanti ad un paio di birre doppio malto gelate e racconto velocemente quello che avevo passato, poi partiamo e assieme torniamo verso casa. Un’altra lieta notizia, essendo Gemo dotato nella sua Vespa di tachimetro, riesce a dirmi la velocità raggiunta dal Farobasso nel tratto rettilineo che da Pont arriva verso Pullir: 70 Km/h. Arrivati al bivio che porta a casa mia ci salutiamo, io giro a sinistra e lui prosegue diritto, percorro ancora un po’ di metri e giungo a casa. Parcheggio il farobasso, chiudo la Benzina, do un ultimo sguardo ai miei mezzi e chiudo il portone, sono le sei e mezza, ci sono volute tre ore e mezza a tornare a casa calcolando anche la sosta al Bulldog. Che divertimento, ripartirei subito, e penso che viaggiare non è solo andare, viaggiare è soprattutto cercare di capire quello che c’è in mezzo tra una partenza e un arrivo. Adesso lo so, prima non lo sapevo o lo sapevo poco, andavo e basta, contento di andare e appagato andando.

Luca

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